Tanti auguri a Shinya Tsukamoto! Almeno lui è al cinema.

immagine del regista Shinya Tsukamoto con una cinepresa

Prima di questo maggio conoscevo, per nomea, il regista Shinya Tsukamoto , o almeno così credevo. Avevo visto spezzoni dei suoi film, o ne avevo sentito parlare. Un pomeriggio, scrollando distrattamente su Instagram, mi sono imbattuto nella pubblicità di una rassegna a lui dedicata, in occasione del suo 65° compleanno. L’evento, curato da Cat People Distribuzione, porta per la prima volta sul grande schermo nove delle sue opere più emblematiche: un’occasione irripetibile per immergersi nell’universo disturbante di uno dei registi più viscerali del cinema giapponese contemporaneo.

Da anni desideravo vedere Tetsuo: The Iron Man (1989). Volevo perdermi in quell’incubo fatto di carne, cavi e ossidazione, dove il corpo umano implode nel metallo e il metallo esplode nel desiderio. Un film che pulsa come un cuore meccanico, che sputa ruggine e sangue nero. Un’opera breve (68min) ma indelebile, poetica e disturbante, come un sogno febbrile tra acciaio e nervi.

Ma non ci sono andato. Ero stanco. L’ho visto a casa, sul mio laptop. È stato comunque potente, sì, ma mancava qualcosa: la vibrazione collettiva della sala, il buio condiviso, l’abisso esperienziale. Una solitudine che non basta. La settimana successiva, però, non ho mancato l’appuntamento con Tetsuo II: Body Hammer. Ed è lì che il rimpianto mi ha colpito come una scarica elettrica: perché non ho visto anche il primo dove meritava di essere visto? So che continuerò a rimpiangerlo. Nel frattempo, però, arriva la tristezza: devo studiare, gli esami si avvicinano, e il tempo per andare al cinema si assottiglia. Come i nervi sotto la pelle, tesi e vibranti, che Tsukamoto ama tanto mostrare.

L’appartenenza di Tetsuo: The Iron Man all’immaginario eroguro è evidente. L’estetica erotico-grottesca, che unisce pulsioni sessuali a deformazioni mostruose, trova nel film un’espressione radicale e disturbante. Tsukamoto mette in scena corpi che si fondono con la macchina, carne che si piega al metallo in una danza di desiderio e violenza. Le scene di passione sono stravolte, deviate: una donna viene penetrata da un trapano, e il piacere si fonde con il dolore. A momenti di combattimento brutale si alternano scene di intimità malata, in cui il corpo non è più solo veicolo di piacere, ma territorio di conflitto, mutazione, fusione.
Il film si chiude con una dichiarazione che è tanto romantica quanto apocalittica: “Il nostro amore può distruggere tutto questo cazzo di mondo”. Una frase che racchiude perfettamente il cuore pulsante dell’opera: l’amore come forza distruttiva, il desiderio come detonatore di una trasformazione irreversibile. Per Tsukamoto, l’unione non è mai armonia, è deflagrazione.

Spezzoni del film Tetuso: the ironman.
Tsukamoto Shinya sul red carpet alla cerimonia di chisura del 76th Venice Film Festival 2019
Credit: Independent Photo Agency/Alamy Live News
Tsukamoto Shinya sul red carpet alla cerimonia di chisura del 76th Venice Film Festival 2019
Credit: Independent Photo Agency/Alamy Live News

Shinya Tsukamoto è un autore che lavora con lentezza chirurgica, con una meticolosità quasi ossessiva. Le sue scene richiedono interi giorni per essere girate. Venezia è ormai diventata la sua seconda casa , non è un caso: la sua regia ha qualcosa di barocco, liquido, claustrofobico, che ben si accorda con la città dei riflessi e dei labirinti. È stato fonte d’ispirazione per decine di registi occidentali: da Darren Aronofsky a David Cronenberg, anche se i paragoni, a volte, gli stanno stretti. Gli ultimi trenta minuti di Requiem for a Dream (2000), ad esempio, sembrano un’eco diretta del suo stile: montaggio serrato, dissolvenze, delirio sonoro. Una spirale visiva che ha un debito evidente con Tokyo Fist (1995). Tsukamoto ha un rapporto viscerale con Tokyo. La ama, ma non la idealizza. Invece di scappare negli States, come fanno molti suoi colleghi, ha scelto di restarci dentro, combatterla dall’interno. Tokyo è la sua nemesi e il suo laboratorio. La città lo soffoca, ma lui risponde infilando la cinepresa tra le sue crepe. La combatte, la rivolta, la decompone. Non per distruggerla, ma per comprenderla nella sua violenza quotidiana e nel suo silenzioso abbandono.

Il cinema di Tsukamoto non consola. Non intrattiene. Ti prende, ti scuote, ti costringe a guardarti dentro , anche quando fa male. Eppure, i suoi film sono necessari. Perché al centro di tutte le sue opere c’è un messaggio brutale ma liberatorio: accettarci per come siamo, per quanto violenti, disgustosi, pieni di rabbia e di ferite mai rimarginate.
Non offre redenzione, ma comprensione. Non pace, ma verità.

Fonti

- / 5
Grazie per aver votato!