Junji Ito e il fetore dell’Unità 731

Adoro Junji Ito. Ho praticamente tutti i suoi volumi a casa. Ho visto la sua terribile serie Netflix. La sua capacità di creare atmosfere disturbanti e surreali, trasformando l’ordinario in orrore puro, è senza pari nel panorama del manga contemporaneo. Eppure, nonostante molti lo associno al genere eroguro, sono convinto che questa etichetta gli stia spesso stretta, se non del tutto fuori luogo.

Ito non è Suehiro Maruo. Non è Shintaro Kago. Nelle sue opere, le donne non sono oggetti sessuali martoriati, ma figure centrali, letali e bellissime: incarnazioni viventi di una bellezza spaventosa e aliena. Il suo stile è chirurgico, ma mai voyeuristico: non indulge nel piacere perverso della violenza, neanche come critica. La sua paura per i gatti, documentata nell’autobiografico “Yon & Mu“, rivela un lato tenero e buffo, raramente presente nei maestri dell’eroguro. Nonostante l’assurdo e il mostruoso siano elementi centrali delle sue opere, manca quasi sempre quella componente profondamente sessualizzata e critica verso la società che caratterizza il cuore dell’eroguro.

Quasi sempre, appunto. Se si scava a fondo, esiste un’opera eroguro, non tanto per la grafica o le scene violente, quanto per la sua carica sovversiva e ripugnante, per la feroce critica alla società giapponese, alla guerra, al governo e alla scienza corrotta: “Gyo-Odore di morte” , pubblicato tra il 2001 e il 2002.

Leggendolo superficialmente Gyo potrebbe sembrare un manga horror bizzarro e surreale: pesci marci con zampe meccaniche invadono la terra, diffondendo un fetore insopportabile, mentre l’umanità viene lentamente sopraffatta da una forma di morte ambulante. Ma, come spesso accade con Junji Ito, il vero orrore si nasconde dietro le quinte. La storia segue Tadashi e la sua fidanzata Kaori mentre tentano di sopravvivere all’assurda invasione. La puzza, onnipresente, diventa quasi un personaggio a sé. A un certo punto, viene rivelata l’origine dell’infezione: un’arma biologica sviluppata in segreto dall’esercito giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale, capace di animare i corpi in decomposizione attraverso un sistema meccanico alimentato da gas.

Copertina del manga Gyo di Junji ito

Da quel momento, Gyo cambia tono. Non è più un semplice racconto horror con inserti grotteschi: diventa una metafora del Giappone postbellico, un corpo sociale che non ha mai davvero espulso i propri orrori. È un’eco della morte che riemerge, viscida e impunita. Il meccanismo che trasforma i cadaveri in armi semoventi diventa un’allegoria potente della scienza asservita alla guerra, dell’orrore che continua a camminare anche dopo la fine del conflitto.

Ciò che Junji Ito critica è realmente accaduto: non si può parlare di Gyo senza menzionare l’Unità 731, la famigerata sezione “segreta” dell’esercito imperiale giapponese, responsabile di esperimenti biologici e chimici su civili e prigionieri di guerra tra il 1937 e il 1945. Ufficialmente denominata “Epidemic Prevention and Water Purification Department”, questa unità condusse atrocità inaudite: vivisezioni senza anestesia, test di armi batteriologiche, esperimenti di congelamento, dissezioni di feti e infezioni indotte su esseri umani vivi, spesso civili cinesi. L’orrore dell’Unità 731 è ancora più agghiacciante perché fu sistematicamente insabbiato. Dopo la guerra, molti scienziati e ufficiali coinvolti furono protetti dagli Stati Uniti in cambio dei dati raccolti. Nessuno fu mai condannato. Ancora oggi, il Giappone ufficiale fatica a confrontarsi con questa parte oscura della propria storia.

Nel suo modo distorto e allucinato, Gyo riporta tutto a galla. L’arma biologica che anima i cadaveri è un chiaro riferimento a quelle sviluppate dall’Unità 731. La corruzione scientifica, l’indifferenza governativa, l’orrore che si diffonde nell’aria stessa: ogni elemento rimanda a quella realtà. Junji Ito non lo afferma esplicitamente, ma il riferimento è inequivocabile. Il fetore della morte è il passato che ritorna, il non detto della Storia che infetta il presente.

Ed è qui che Gyo si avvicina davvero all’eroguro: non per le immagini disturbanti o la violenza, ma per la sua capacità di mostrare il grottesco come critica sociale. L’eroguro è sempre stato una forma di ribellione: contro la morale, l’autorità e l’ordine estetico del Giappone moderno. È il corpo che esplode, si deforma, si ribella. Gyo è un’opera di disfacimento: dei corpi, della società, della memoria. Un’epidemia simbolica che contamina non solo la carne, ma anche l’identità nazionale. Il Giappone di Gyo è marcio, e cerca di nasconderlo dietro la tecnologia e il silenzio, ma l’odore torna, inevitabilmente, sempre a galla.

Junji Ito non è un autore eroguro in senso stretto. Le sue opere, sebbene macabre, sono spesso permeate di mistero, terrore cosmico e humour nero. Ma con Gyo ha toccato qualcosa di più profondo: l’orrore politico, storico e sociale. E se anche dopo tutto questo sembrano solo “pesci puzzolenti con le gambe”, beh… allora forse l’infezione ha già vinto…

La mia collezione di manga di Junji Ito
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